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La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti

Anonymous Wrote:

La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti
di Fosco Giannini, Guido Oldrini, Manuela Palermi, Bruno Steri*

Che i direttori firmatari di questo editoriale abbiano deciso di
contribuire ad una comune pubblicazione, confezionando un numero speciale
di Marxismo oggi sulla crisi, non può stupire più di tanto. In effetti,
l’urgenza e la drammaticità dell’odierna congiuntura inducono ad una
comune riflessione

LISTA CANDIDATI (clicca qui)

sulla dinamica e la natura di uno sconvolgimento economico-sociale, ma
anche istituzionale ed ambientale, che – tutti noi – abbiamo definito
strutturale, cioè interno al funzionamento contraddittorio e profondamente
sperequato del modo di produzione capitalistico. Tale giudizio deriva a
sua volta dalla convinzione che, senza l’apporto della strumentazione
concettuale offerta dall’impianto analitico marxiano, nulla potremmo
comprendere della logica di questi accadimenti e saremmo fatalmente
consegnati alla superficiale registrazione del loro succedersi.
Del resto, non siamo i soli a dirlo: la potenza conoscitiva di tale
impianto - oggi ancor più di ieri - è diffusamente riconosciuta, persino
da chi è collocato sulla sponda opposta del conflitto di classe.
Autorevoli quotidiani si interrogano pensosi sulla solidità dei fondamenti
dell’ordine sociale vigente e, come ha fatto recentemente il londinese
“The Times”, lanciano sondaggi in cui chiedono ai loro benpensanti
lettori: aveva forse ragione Marx? E coloro ai quali, in Occidente, sono
affidati i destini di milioni (miliardi) di persone non cessano di
ricordare, a se stessi e agli altri, che con questa crisi – e con le
misure adottate per provare a limitarne i perversi effetti – si viaggia in
una “terra incognita”. Non si tratta tanto della presunta novità di ciò
che si è a loro palesato, quanto piuttosto dell’inconsistenza dei principi
a cui per decenni si sono fideisticamente affidati: a partire dal dogma
dell’infallibilità del mercato, della sua “mano nascosta” e dei suoi
“spiriti animali”. Le baldanzose certezze neoliberiste si sono
improvvisamente liquefatte e ora si va per tentativi; la spocchia e il
sarcasmo riservati a quanti hanno provato in questi decenni a fermare o
rallentare la corsa impazzita della locomotiva capitalistica hanno ceduto
il passo al disorientamento, alla preoccupazione (ovviamente mimetizzata
tra mille rassicurazioni ufficiali e frasi di circostanza) circa la tenuta
del sistema. Non possiamo esser certi - essi dicono - dell’efficacia di
ciò che andiamo predisponendo davanti all’eccezionalità della situazione,
ma non abbiamo altra strada: questa, in estrema sintesi, è la magra
condizione cui oggi è ridotto il cosiddetto pensiero unico, quella che
fino a ieri è stata un’ideologia dominante e incontrastata.
Beninteso, tutto questo nulla toglie al fatto che noi siamo stati – e
continuiamo a essere – figli di una sconfitta storica. Dovranno pur essere
indagate le ragioni interne che hanno condotto dirigenti dell’imploso
“socialismo reale” in Europa e nell’URSS a trasformarsi d’un colpo in
padroni del vapore al servizio di una nuova e rampante “borghesia
compradora”; e, accanto a questi, insigni accademici ex-marxisti a
condividere d’un tratto i precetti della libera concorrenza predicati dal
Massachussets Institute of Technology. L’involuzione e la secca implosione
della più parte delle “società di transizione” in Europa attendono da noi
una spiegazione dettagliata che affondi il bisturi dell’indagine in quel
laboratorio storico che è stato il ‘900. Nessuno di noi tuttavia –
questo è un tratto distintivo che ci ha accomunato allora e che resta
essenziale per l’attuale cammino – si unì al coro del capitalismo
trionfante. Guardare in faccia la sconfitta e le sue cause non equivaleva
per noi alla liquidazione sommaria di un patrimonio di idee, di valori, di
strumenti di analisi e di lotta per una trasformazione profonda
dell’ordine di cose esistente e la costruzione di un vivere collettivo
socialmente equo, ambientalmente sostenibile, ispirato a criteri di
democrazia sostanziale. Questa possibilità del cambiamento storico in
vista di un reale progresso del vivere sociale è ciò che è compendiato nel
nome e nei simboli del “comunismo”. Ed è, precisamente, quel che l’attuale
realtà capitalistica nega, in termini sempre più clamorosi. Avevano dunque
torto quanti hanno chinato la testa, piegandosi al mainstream di una
presunta “fine della storia” e imboccando la strada del trasformismo
teorico e politico. E avevano parimenti torto quanti, a sinistra,
inseguendo improbabili innovazioni, si sono lasciati sedurre da vecchie
mitologie iper-tecnologiche (lo sviluppo indefinito di una “new economy”)
o (nel vivo della diffusione planetaria del lavoro salariato!) dal
paradigma della “fine del lavoro”. Avevamo invece ragione noi: se ce ne
fosse bisogno, l’attuale crisi e la devastazione sociale che essa trascina
con sè lo conferma. E avevano ragione quei giovani che a Seattle e a
Genova, sordi alle sirene di una dispiegata globalizzazione capitalistica,
trovavano una loro strada in direzione dell’impegno etico e politico,
rifiutando di credere che questo è fatalmente l’unico (se non proprio il
migliore) dei mondi possibili.

Come detto, noi tutti condividiamo la medesima chiave interpretativa della
crisi in atto. In essa, l’elemento speculativo - che peraltro si è
esponenzialmente incrementato attraverso prodotti e dispositivi finanziari
perfettamente legali ed anzi sollecitati dal depotenziamento delle
regolazioni nazionali e sovranazionali - ha fatto deflagrare
contraddizioni già presenti nella cosiddetta economia reale. Il peso degli
impegni finanziari, che negli ultimi tre decenni ha caratterizzato in
misura crescente gli investimenti delle grandi aziende multinazionali, è
avvenuto sulla scia di una calante redditività degli investimenti
produttivi: la “finanziarizzazione” dell’economia, lungi dall’essere
l’escrescenza patologica di un sistema in sé sano, è stata in modo
esemplare dettata dalla stessa spasmodica ricerca del massimo profitto.
Tale tendenza è andata di pari passo con un attacco senza precedenti al
livello dei redditi da lavoro. Precarizzazione, delocalizzazioni di
settori labour intensive in paesi a più basso costo del lavoro, recuperi
di produttività incamerati quasi esclusivamente da rendite e profitti
hanno allargato a dismisura la forbice che separa questi ultimi da
retribuzioni e pensioni. Non è una novità: il principale strumento usato
quale controtendenza per l’incremento del saggio di profitto è sempre
stato l’inasprimento dell’estorsione di plusvalore. Così, un vero e
proprio tsunami ha investito il mondo del lavoro: tutte le rilevazioni
statistiche mostrano che dagli anni ’80 ad oggi nell’Occidente
capitalistico si è impennata l’ineguaglianza nella distribuzione delle
ricchezze. Alle stelle i redditi di una minoranza, al palo salari e
pensioni. Ovviamente, si tratta di un trend generale che vede
differenziazioni da paese a paese: quanto a ineguaglianza, l’Italia è tra
quelli che vantano un triste primato.
E’ questa la base reale della crisi, che sbocca in una crisi capitalistica
di sovrapproduzione.
Da tali sperequazioni sociali è derivata la crescita esponenziale
dell’indebitamento privato; su tale indebitamento si è innalzato il
castello di carta (di cui i titoli connessi ai mutui subprimes sono
assurti ad emblema) che poi è fatalmente crollato. Compito prioritario dei
comunisti e, in generale, della sinistra anticapitalista è quello di
continuare ostinatamente ad illustrare le vere cause della crisi,
indicando con nettezza le responsabilità: non semplicemente quelle di chi
ha speculato sui titoli spazzatura, infettando l’intero circuito
finanziario, ma – più a fondo – denunciando le responsabilità politiche di
quanti hanno tessuto per anni le lodi di un sistema economico
fallimentare, oltre che ingiusto. Gli stessi che oggi, senza alcun titolo,
si ergono a salvatori della patria, destinando, per un verso, ingenti
risorse a salvataggio delle banche (e dei banchieri) o, per altro verso,
predisponendo inefficaci rimedi-tampone.
Nel momento in cui tutti riscoprono le virtù dell’intervento pubblico –
spingendosi perfino a nominare nozioni sino a ieri impronunciabili, come
quella di “nazionalizzazione” – spetta a noi un essenziale compito di
pulizia concettuale e orientamento politico. Mai come oggi – in relazione
alle eccezionali misure anti-crisi che la comunità internazionale e i
singoli governi stanno attivando – vale la famigerata espressione
“privatizzazione degli utili, socializzazione delle perdite”. Emblematici
sono in proposito il recente piano concepito dal segretario al Tesoro Usa,
Tim Geithner, e, in concomitanza con esso, l’esito del G20.
Con l’obiettivo di sottrarre ai bilanci delle banche statunitensi il peso
enorme dei titoli cosiddetti “tossici”, restituire operatività al mercato
interbancario e, in tal modo, riaprire i flussi di credito essenziali per
il funzionamento dell’intera macchina economica, il piano Geithner ha
infine chiarito il principale interrogativo sin qui rimasto senza
risposta: chi paga? Chi è chiamato a sostenere gli ingenti costi di questa
ennesima operazione salva-banche? La risposta è molto semplice: come al
solito, i contribuenti, e in particolare i lavoratori salariati.
All’interno delle società di partnership pubblico/privato incaricate
dell’acquisto degli assets, saranno infatti le casse pubbliche a
finanziare il grosso dell’importo da versare ai banchieri (in cambio di
titoli deprezzati), con prestiti ai privati concessi a tassi
super-agevolati. In definitiva, saranno contenti i banchieri, i quali
guadagneranno una consistente boccata d’ossigeno; soddisfatti anche i
privati, i quali si vedono associati ad un’operazione che, quale che sia
l’andamento futuro del mercato dei titoli, avranno tutto da guadagnare e
nulla da perdere. E peggio per i contribuenti. Non a caso Wall Street, una
volta note le linee generali del piano, ha ripreso a salire.
La musica non è poi cambiata con la celebrata riunione del G20. Anche qui,
grandi proclami e qualche inevitabile correttivo, come quello sui paradisi
fiscali: a proposito dei quali, però, non si parla di chiusura e si
appronta una “lista nera” senza che si definiscano con chiarezza le
sanzioni. Oltre a ciò, si stanzia l’ennesima montagna di risorse,
destinata ad un organismo internazionale – il Fmi – di cui tuttavia
restano immutate leadership, linee programmatiche e gestione politica (le
stesse che hanno così pesantemente contribuito a condurci all’attuale
disastro). In un tale contesto, l’Unione Europea non si differenzia
sostanzialmente dalle responsabilità che gravano sul modello sociale
anglosassone, ma – nemmeno in circostanze così eccezionali – essa riesce
ad esprimere un modello sociale e politico alternativo a quello posto
strutturalmente a fondamento dell’UE dai suoi gruppi capitalistici
dominanti. Nel frattempo, proprio l’acuirsi della crisi ne pone a rischio
la compattezza strutturale, allontanando la convergenza delle politiche
economiche statuali e approfondendo il solco che già separava il nucleo
economicamente forte dalla sua periferia: da un lato Paesi di serie A
(esportatori di capitale), dall’altro Paesi sempre più di serie B
(esportatori di manodopera).

Nel vivo di una congiuntura - come si vede - molto complicata, il nostro
Paese fa i conti con una difficoltà doppia: non solo la crisi, ma anche il
governo delle destre. Destre pericolose, che hanno del tutto abbandonato
qualunque residuo di liberalismo per vestire i panni di un populismo
reazionario, corporativo e razzista. Esse hanno saputo interpretare e
piegare a loro vantaggio la crisi della globalizzazione capitalistica,
offrendo sponde ideologiche regressive al risentimento e all’insofferenza
sociale, assecondando e organizzando le pulsioni peggiori che covano da
sempre nella pancia del Paese. Al seguito della straripante retorica
berlusconiana, hanno cementato un blocco sociale, ricostituendo un senso
comune di destra, reinventando una storia patria ad uso e consumo dell’
“anticomunismo” più becero e viscerale, provando a fissare su tali basi
simboliche un’identità politica. L’epilogo di tale processo è appunto il
varo del partito che ha preso il nome di Popolo della Libertà.
Duole dirlo, ma tale operazione è stata possibile anche perché, mentre le
destre ricostruivano la loro identità reazionaria, sul versante opposto
quel che un tempo è stata la sinistra, ivi compresa buona parte di quella
ex comunista, smontava pezzo dopo pezzo la propria. Se da una parte
venivano galvanizzate le truppe, ciò era reso possibile anche dal fatto
che, dall’altra parte, si faceva di tutto per disorientare e demoralizzare
le proprie. La parabola masochistica di Veltroni (e non solo la sua: si
pensi anche a quella di quanti pure sono stati importanti dirigenti di
Rifondazione comunista e del PdCI) è stata in questo senso esemplare.
Tutto ciò mostra, tra l’altro, quanto sia duro a morire quell’antico vizio
della politica italiana che è il trasformismo: dall’ ’89 in poi, esso ha
segnato il percorso degli immeritevoli eredi di quello che è stato il più
grande partito comunista dell’Occidente.
Tutto ciò rende conto dell’attuale fragilità del tessuto politico
italiano. Che Fini appaia come voce dissenziente da talune sfuriate
integraliste del governo o che sia Tremonti ad avere sussulti di pensiero
in apparente indipendenza da Confindustria, sono fatti che, lungi dal
rassicurare, accentuano le preoccupazioni per lo stato di salute della
nostra dialettica democratica. Il nuovo partito berlusconiano punta a
divenire luogo totalizzante del quadro politico, giungendo a incorporare
persino ciò che risulta dissonante dal coro principale. In realtà, come ha
recentemente annotato “The Guardian” a commento della nascita del PdL, con
quest’ultimo si compie il percorso di legittimazione del post-fascismo
italiano, in un impasto reazionario che potrebbe preludere alla conquista
del Quirinale e al superamento della Costituzione nata dalla Resistenza.
Ecco perché, in un frangente di tale delicatezza, è vitale la presenza dei
comunisti: vitale per la difesa degli interessi delle classi popolari e,
come sempre nel nostro Paese, vitale per la democrazia. Ecco perché, in
generale, non c’è sinistra anticapitalistica e di lotta senza un suo
nucleo propulsore e strategico comunista, organizzato in partito. E, più
in particolare, c’è bisogno dei comunisti e delle forze che si riconoscano
in un progetto sociale anticapitalista per proporre e conseguire una
tutela del lavoro e dell’ambiente, nel contesto dell’attuale devastante
crisi. La presenza di una lista comunista e anticapitalista alle prossime
elezioni europee costituisce di per sé un essenziale risultato politico
che può consentire di ricondurre alla realtà del conflitto e dei propri
interessi di classe un’opinione disorientata, sottraendola alle nebbie
delle mitologie reazionarie, all’anomia demotivata dell’astensionismo,
all’illusorio salvagente del “voto utile”. Non si tratta dunque di un mero
cartello elettorale tirato su in fretta e furia per superare la soglia di
sbarramento vergognosamente introdotta in dirittura d’arrivo grazie ad un
patto bipartisan: lasciamo ad altri simili scorciatoie prive di futuro.
Chi si riconosce nella suddetta lista, viceversa, fa riferimento a un
impianto analitico convergente, e a una conseguente interpretazione di
quel che accade intorno a noi; conduce la medesima battaglia in sede
continentale, distinguendo bene nel Parlamento europeo chi è un proprio
compagno di strada da chi non lo è; rifiuta di affrontare una crisi che è
ad un tempo economica, sociale, ambientale con misure tese a salvare
l’establishment e a penalizzare i “soliti noti”, nell’attesa che tutto
torni come prima. In questo senso, dietro il nome e i simboli della lista
comunista e anticapitalista c’è la concretezza di una progettualità
politica, di un’unità di azione che non è meramente elettorale. Essa è
stata varata nella convinzione che abbiamo cose essenziali da dire e da
proporre (e che, senza di noi, nessun altro è in grado o ha la volontà di
dire e proporre): cose quali una vera e consistente redistribuzione del
reddito (andando a prelevare le risorse là dove sono); o, ancora,
interventi strutturali che intacchino su punti essenziali gli equilibri di
potere della società capitalistica, spostando in avanti i rapporti di
forza tra le classi (come ad esempio la costituzione di un polo pubblico
del credito, sottratto al controllo del capitale finanziario, per
l’incentivazione di uno sviluppo che sia a misura d’uomo e di donna, crei
lavoro buono e sia rispettoso dell’ambiente: o una politica estera non
subalterna dell’asse euro-atlantico). Per conseguire siffatti obiettivi
occorre scalfire interessi potenti. Per questo, sappiamo che non potremmo
realizzarli da soli; ma sappiamo anche che non potrebbero essere
realizzati senza di noi. Senza la determinazione e la convergenza unitaria
dei comunisti, dentro e fuori i confini nazionali.
D’altra parte, il processo di riaggregazione dei comunisti e delle forze
anticapitaliste del nostro paese non si esaurisce certo nella scadenza
elettorale. E’ un processo complicato e importante, e che ha bisogno di
due gambe essenziali. In primo luogo, la ricostruzione di un legame e di
un radicamento sociale forti, e il rilancio del lavoro di massa, di
un’iniziativa politica di massa nei territori e nei luoghi di lavoro, di
cui i comunisti siano protagonisti e punto di riferimento organizzato. In
secondo luogo, l’avvio di un serio lavoro culturale, di ricerca e di
elaborazione, volto a riflettere sulla vicenda del comunismo storico
novecentesco e a dare sostanza all’identità e al progetto comunista per il
XXI secolo, ricostruendo una moderna critica dell’economia politica e
riflettendo in modo sistematico e con rigore scientifico sul grande tema
della transizione al socialismo, nei suoi tentativi storicamente
determinatisi e nelle sue prospettive future. Né questo lavoro può essere
slegato da una rinnovata attività di formazione, che non riproduca
pedissequamente le vecchie scuole-quadri, ma torni a porre l’obiettivo di
dare ai compagni strumenti di analisi adeguati alla lotta che si deve
combattere; e al più complessivo problema della comunicazione, più che mai
cruciale per una battaglia di egemonia da condursi nel tipo di società in
cui viviamo. Con questo numero speciale di “Marxismo oggi” intendiamo
dunque dare un contributo anche in questa direzione.

* Fosco Giannini è direttore de l’Ernesto, Guido Oldrini è direttore di
Marxismo Oggi, Manuela Palermi dirige La Rinascita della Sinistra e Bruno
Steri è direttore di Essere comunisti.



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visitate http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
http://www.larinascita.org
http://www.italia-cuba.it/associazione/associazione.htm

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad abus...@newsland.it



On Fri, 29 May 2009 05:16:00 -0700 (PDT), orsobubu <...@hotmail.com

vermi, schifosi intellettuali opportunisti

On Sun, 31 May 2009 15:14:51 GMT, "Solania" <...@cheapnet.it

"L" ha scritto nel messaggio

....azzo che culo che c'avete !!
Cos, oltre a rompere i maroni a noi con i suoi crospost, da oggi in poi ve
li rompe pure a voi