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On Wed, 24 Jun 2009 15:31:03 -0700 (PDT), giovanni2 <...@libero.it
Ci risiamo con le rivoluzioni colorate, con la Cia, con il Mossad, con
USAid, con la NED (National Endowment for Democracy), con George
Soros, con Otpor, insomma con tutto l’armamentario del “regime change”
che l’imperialismo USA mette in campo contro governi e popoli
renitenti, prima di ricorrere a misure stragiste dal rapporto costi-
benefici più incerti.
Stavolta la “rivoluzione” è verde e assomiglia come una sfilata di
cacchette di capra a quelle precedenti, o riuscite come in Serbia,
Georgia e Ucraina, o fallite come in Venezuela, Bolivia, Libano,
Uzbekistan. Ovunque un voto non sia andato come auspicato dal Nuovo
Ordine Mondiale del saccheggio e della morte. E ci risiamo
inesorabilmente con l’unanimità destra-centro-sinistra su "giovani e
donne contro tirannia, oscurantismi, fondamentalismi, terrorismi,
brogli". Quella dei brogli, poi, venendo da un mondo che il voto l’ha
sfigurato fino al suo contrario, è degna del Bagaglino: vai avanti tu,
chè a me viene da ridere. Quanto ai “giovani” e alle “donne”, a
guardar bene le immagini che simpatizzanti ed accorati inviati
dirittoumanisti filo-Mussavi ci trasmettono da Tehran, si capisce
subito tutto.
A voler capire, s’intende. Come a Belgrado, a Kiev, a Tblisi, a
Beirut, lo jato antropologico è drastico che più drastico non si può:
nella folla dei filo-Mussavi, volti pariolini, lisci, curati,
truccati, fighetti in mise che sembrano usciti da una selezione di
“Amici”, o da un cartellone di Benetton; nei cortei dei sostenitori di
Ahmadinejad, le solite facce proletarie e contadine del Sud del mondo,
rughe, veli, abiti stazzonati, i volti del nostro neorealismo.
Plebaglie. Come andrebbe ripetuto ad nauseam , quando sono concordi
sinistre e destre, è la destra che vince e la sinistra che la prende
nel culo. E’ un teorema così incontrovertibile che quello di Pitagora
al confronto pare un’affermazione del guitto mannaro su Noemi. Non
dovrei aver bisogno di rivendicare la mia militanza giornalistica
contro l’Iran degli ayatollah.
Ci sono decine di mie pubblicazioni a ribadirla. Critiche, certo, per
motivi diversi, a volte opposti, rispetto ai sensocomunisti (non male,
come calambour, no?), agli unanimisti umanitaristi, cercando di non
farmi imbrigliare dal senso comune, appunto, di ideologhi a scatola
chiusa, ignoranti e opportunisti, con dentro i batteri
dell’infiltrazione. Siamo stati in pochi a ricordare che il
“rivoluzionario” Khomeini, ospitato e foraggiato dall’Occidente,
giunto da Parigi a Tehran su aereo Usa, per prima cosa ha fatto piazza
pulita di coloro, comunisti e marxisti islamici, che a milioni avevano
cacciato lo Shah: necessità di ricambio e aggiornamento imperialista
per un regime feudal-gossiparo privo di base di massa, logoro e
sputtanato. Ricambio di elites, per sventare il rischio che
l’insurrezione popolare facesse entrare l’Iran nell’orbita sovietica o
non-allineata. Voces clamantes in deserto, abbiamo documentato il
complotto khomeinista per falciare il moderato Carter e promuovere il
cane rabbioso Reagan con il rilascio degli ostaggi Usa in coincidenza
con la vittoria dell’attoruccolo da mezzogiorno di fuoco. Ne abbiamo
illustrato il pagamento di pegno agli yankee quando, rifornito di armi
e istruttori israeliani, ha assaltato l’Iraq di Saddam Hussein, ultimo
baluardo di una nazione araba da unificare nel segno della laicità,
del progressismo sociale, dell’antimperialismo e dell’identificazione
con la causa palestinese.
Con i quattrini pagati dal regime degli ayatollah ai fornitori
USraeliani e indi trasferiti ai mercenari Contras, Khomeini ha
restituito il favore contribuendo alla distruzione del Nicaragua e
alla cacciata dei sandinisti. In un’affascinante altalena tra
collusione e collisione, i due compari anti-arabi hanno poi sbranato
l’Iraq, aggredito l’Afghanistan dei Taliban (odiato da Tehran fin dal
primo giorno) e chiuso il cerchio con un’alleanza di burattinai e
fantocci che s’è vista consacrare dall’Occidente nella recente
processione a Tehran della fraternita di Ahamedinejad, Al Maliki,
Karzai e Zardari. Tutto questo sta molto bene all’imperialismo, in
quanto contributo all’eliminazione di popoli di troppo.
Ma ancora meglio andrebbe un sodale meno pretenzioso e autonomo,
magari un fiduciario assai più ossequioso, senza pretese di egemonia
regionale, magari un agente Cia, magari un corrotto ladrone
ricattabile che, magari, rinunciasse a certi equilibri tra cosche
assassine e, magari, abbandonasse Hezbollah e Hamas al destino
programmato dagli israeliani. E, visto che il padrino della cosca,
Rafsanjani, lo “squalo”, ha perso un po’ di smalto a furia di
ladrocini e complotti antipopolari, vada per il vecchio, fidato arnese
della guerra all’Iraq con armi USraeliane, Musavi, primo ministro al
tempo di quell’impresa congiunta, e delfino del satrapo filo-Usa,
Akbar Rashemi Rafsanjani. Abbiamo cercato di spiegare come i persiani,
nella loro millenaria strategia di potenza regionale, siano astuti
biscazzieri che giocano su vari tavoli, anche opposti: con gli Usa a
sventrare l’Iraq e vanificare l’unità araba, con Hezbollah e Hamas (la
cui autonomia palestinese e araba non si ha il minimo motivo di
mettere in discussione: i sostegni si accettano leninisticamente anche
dal diavolo), a contrastare l’avanzata dell’altra potenza regionale:
Israele. Quelli che tagliano la geopolitica con l’accetta, secondo
schemi prefissati e incartapecoriti, succubi di sparate demagogiche
dell’uno o dell’altro protagonista dello scenario, farebbero bene a
studiarsi qualche manuale della realpolitik degli Stati.
E farebbero benissimo a estrarre il “moderato” e “democratico” Mir-
Hossein Musavi, virtuoso antagonista dell’oscurantista radicale
Ahmadinejad, dalle nebbie soffiategli addosso dagli specialisti delle
rivoluzioni colorate e collocarlo sul vetrino del loro microscopio.
Chi è Mir-Hussein Mussavi? Cosa hanno in comune l’ultrà neocon Michael
Ledeen, amico dei fascisti italiani, il saudita Adnan Kashoggi,
massimo mercante d’armi mondiale con logo Cia e Mir-Hussein Musavi?
Sono tutti amici e associati di Manucher Ghorbanifar, anche lui grande
mercante d’armi, doppio agente iraniano del Mossad, figura centrale
nella porcata Iran/Contra, l’affare triangolare armi in cambio di
ostaggi e dell’assalto all’Iraq messo in piedi con i persiani di
Khomeini e Musavi dall’amministrazione Reagan. Del compare di Mussavi,
Ghorbanifar, si legge nel rapporto Walsh su Iran/Contra: “Ghorbanifar,
informatore Cia, fiduciario del primo ministro Musavi, si fece
prestare da Kashoggi milioni di dollari, con pieno consenso di
Washington, per l’acquisto delle armi israeliane da usare per
distruggere l’Iraq (colpevole di aver creato il Fronte del rifiuto
contro la svendita egiziana di arabi e palestinesi a Tel Aviv e
Washington) Ottenuti fondi dal governo di Tehran, Ghorbanifar compensò
Kashoggi con una tangente del 20% . Sfiduciato in un primo momento da
Khomeini, Ghorbanifar rientrò nel gioco diventando il fiduciario e
braccio operativo di Mir-Hossein Musavi, primo ministro iraniano.
A questo proposito, ecco il commento di Michael Ledeen, allora
consulente del Pentagono per l’antiterrorismo, sulla coppia di
compari: “Si tratta delle persone più oneste, istruite e affidabili
che abbia conosciuto”. Per altri si tratta di bugiardi che non
saprebbero dire la verità sugli abiti che indossano”. Il rapporto
Walsh si dilunga poi su certe lamentele di Musavi al presidente Reagan
per una spedizione di elicotteri Hawk non corrispondenti al modello
ordinato (dovevano servire contro l’opposizione laica e di sinistra
non ancora del tutto domata e contro l’Iraq). E aggiunge: “All’inizio
di maggio, 1985, il colonello Oliver North (il gangster che raggirò il
Congresso per occultare l’operazione Contra), il capostazione Cia,
George Cave, Ghorbanifar e Musavi si incontrarono a Londra per
discutere questa ed altre collaborazioni Iran-Usa-Israele. Ledeen fu
incaricato di informarsi presso il primo ministro israeliano, Shimon
Peres, sul suo accesso a buone fonti e a buoni contatti in Iran.
Israele diede garanzie in tal senso e Reagan approvò che all’Iran di
Mussavi si spedissero missili Usa Tow in cambio del rilascio degli
ostaggi statunitensi in mano alla resistenza libanese.
Il capo della Cia, Casey, raccomandò che il Congresso fosse tenuto
all’oscuro di tutto l’affare”. ll rapporto di amicizia e
collaborazione tra Ledeen, Ghorbanifar e il candidato “riformista”
Musavi resistette nel tempo, fino ad alimentare il sostegno dei
“moderati” Usa alla candidatura del provato fiduciario. Fino
all’attuale tentativo di regime change alla serba, o all’ucraina.
Davvero un bell’eroe riformista che s’è scelto la sinistra italiota.
Fattosi le ossa con le cinque pagine di lirica esaltazione per un
discorso di Obama al Cairo, zeppo di banalità e retorica e di
sostanziale identificazione con i sionisti di Tel Aviv (fatta salva la
“preoccupazione” per la “continuità” dell’espansione delle colonie in
Cisgiordania), il “manifesto”, in assoluta sintonia con il coro delle
destre, si è fatto reclutare, con la nota Marina Forti, nelle schiere
colorate della spia Musavi, quasi fosse un novello Mossadeq o Dubcek.
Astutamente l’inviata ha messo le mani avanti fin dai giorni della
vigilia, sia anticipando brogli (è la regola dalla Serbia di Milosevic
in qua), sia dando voce esclusivamente a intervistati dell’eversione
filoccidentale. Viaggiava sottobraccio a quella Lucia Goraci del TG3
che, rinnovando i fasti collaborazionisti e mistificatori dell’ancor
più nota collega Giovanna Botteri, nuotava felice nell’elegante
piscina verde delle masse scese dai quartieri alti. Accodatisi tutti
quanti alle geremiadi su brogli, conclamati senza un’ombra di evidenza
dalle centrali della disinformazione ontologica (CNN, Reuters, Fox di
Murdoch, NBC, New York Times, Time), hanno dovuto subire l’onta di una
smentita addirittura di fonte statunitense.
Un sondaggio condotto da un’organizzazione non profit, “The Center for
Public Opinion”, che da tre anni monitora le posizioni dei cittadini
iraniani cogliendo sempre nel segno e venendo per questo premiata con
un “Emmy Award”, aveva constatato una prevalenza di Ahmadinejad sul
diretto rivale addirittura superiore all’esito finale del 66% contro
il 32%. 12 milioni di voti di differenza, all’anima dei brogli! La
ricerca era stata condotta dall’11 al 20 maggio in tutte le 30
province del paese. Sul campo aveva operato con una società di ricerca
che da anni lavora per le televisioni ABC e BBC e aveva previsto una
vittoria del presidente in carica per 2 a 1. Nei media infervorati per
i “riformisti” si rivendicava a Musavi la gran maggioranza dei giovani
dotati di internet. Peccato che solo un terzo degli iraniani ha
accesso a tale tecnologia e che il gruppo di età fra i 18 e i 24 è
risultato il blocco dal sostegno più forte per Ahmadinejad. Dove il
suo rivale primeggiava era tra studenti, laureati e ceti dal reddito
elevato. Il che dovrebbe far riflettere anche quegli integerrimi
puristi della lotta di classe che individuavano in Musavi il vindice
delle richieste sociali delle masse. Quanto ai wrestlers per la
“democrazia” contro la “tirannia” dei mullah, che confrontino
l’ultralibero e vivacissimo dibattito pre-elettorale di quel paese, la
quota dei suoi votanti (80%), con l’assetto mediatico del nostro paese
e il numero di elettori e votanti nel paese-modello Usa, questo sì
organizzatore di brogli vincenti a casa sua (due presidenze fasulle) e
nei paesi satelliti.
Dice, ma alla protesta degli sconfitti (anzi, “derubati del voto”) si
sta reagendo con la repressione, le bastonate, gli spari, la censura
ai media stranieri. Vogliamo vedere cosa farebbe qualsiasi governo
occidentale se bande istigate a foraggiate dal Cremlino facessero
tutto questo ambaradan, bloccassero il paese, in seguito a un’elezione
non vinta? Vogliamo ricordare cosa capitò ai militanti scesi in strada
perchè non tollerarono il ritorno del fascismo in salsa tambroniana?
Se i media stranieri sparano balle al servizio degli destabilizzatori
di un governo, compiono reati che vanno puniti perlomeno con
l’espulsione. Da noi i giornalisti che pubblicheranno le nefandezze
del guitto mannaro e dei suoi commensali finiranno in carcere e,
quanto alla censura, si guardi al modello israeliano, che non ha
ammesso neanche un giornalista alla carneficina di Gaza, che ha
espulso il sottoscritto perché non assecondava la ferocia e le
menzogne della Guerra dei sei giorni. Gli assassini mirati e le stragi
di bambini per mano israeliana, gli stermini di oppositori in Iraq,
sono stati oggetto di analoga indignazione? Perché non se la prendono
con le milizie di tagliagole controllate da Tehran che hanno fornito
il contributo decisivo all'assassinio di quasi due milioni di inermi
iracheni? Perché in quel caso sta bene all’Occidente e punisce un
popolo che ha sostenuto Saddam? Tutti allineati e coperti nelle
formazioni d’assalto dell’eurocentrismo, nel disprezzo e nella
persecuzione di popoli e culture, costumi e fedi generati da altre
storie, altri ambienti, necessitati da altre priorità e sensibilità.
Tutti ostinatamente incorreggibili. Nel 2001, quando un colpo di Stato
promosso dalle stesse matrici Usa ed eseguito dalle bande CIA-NED di
Otpor incendiando il parlamento e distruggendo le schede, rovesciò il
democratico governo serbo e sventrò la trincea jugoslava contro
l’espansione UE-Nato, riducendo i Balcani a sette malavitosi micro-
protettorati del vampirismo occidentale, “Liberazione” titolò,
all’unisono con i bollettini mafio-imperiali: “Belgrado ride” . Ancora
meglio il “manifesto” con “La primavera di Belgrado”. Una primavera
finita nella ghiacciaia. Oggi lo stesso giornale, sotto le foto del
manutengolo USraeliano e dei suoi fan in maglietta verde, spara in
prima pagina: “I giorni dell’Iran” e, il giorno dopo, “Iran contro” .
Perseverare diabolicum.
Ma nei covi dei cospiratori e serial killer USraeliani si brinda a
tale stampa come Nelson ai rincalzi di Bluecher a Waterloo. Se avesse
vinto Mussavi si rallegrerebbero, costoro, che i patrioti libanesi e
palestinesi verrebbero a perdere l’unico punto d’appoggio in tutto il
mondo, almeno politico, forse strumentale ma tant’è, e che il fronte
USraeliano, con il corredo dei suoi vassalli e fantocci alla Abu
Mazen, si avvantaggerebbe di un ancora più disciplinato e
incondizionato apporto persiano per meglio sistemare Afghanistan,
Pakistan, pieni di odiati sunniti, la Russia, la Cina, tutti noi? Ma
ci sono o ci fanno? E’ così che si sostiene l’autodeterminazione dei
popoli? Mettendovi a capo spioni dell’impero, chiamandone i manichini
estratti dal sangue dei loro popoli “governo”, “presidente”, “primo
ministro”, come una qualsiasi Ong di merda? Sempre su questa linea
quattro donne stronze, quattro studenti imbecilli, indegni dell’Onda,
quattro fascisti revanscisti, un capopartito che di politica
internazionale ne capisce quanto io di astrofisica (Di Pietro), hanno
fatto casino contro Muhammar Gheddafi, il dittatore, il pagliaccio. E
quando sono venuti il nazista nucleare Lieberman, l’assassino seriale
Olmert, il licantropo in gonnella Condoleezza, il fantoccio Karzai, il
macellaio Uribe? Zitti e mosca.
Prima di aprire bocca su un presidente di un paese che dal buco nero
del colonialismo ha tirato fuori un popolo e gli ha dato dignità e
benessere, dove le leggi vengono formulate e votate da assemblee di
popolo, costoro dovrebbero sfondarsi il petto di mea culpa per i
connazionali che, tra il 1911 e il 1941, hanno massacrato un libico su
sette, ne hanno gassato, torturato e impiccato decine di migliaia,
sono corresponsabili della catastrofe inflitta all’Africa intera dal
colonialismo europeo. Quella catastrofe per la quale la Libia diventa
l’imbuto in cui finiscono i profughi delle tragedie sociali,
politiche, ambientali da noi provocate in tutto il continente. E’
Gheddafi che dovrebbe sistemare a proprio agio e a tempo indeterminato
questi profughi delle terre da noi devastate, o dovremmo essere noi,
solo noi, smettendola intanto di esaltare o riconoscere i vari
tirannelli indiamantati che le nostre multinazionali mettono su troni
con le gambe radicate nel sangue, eurocentristi del cazzo?
Lo schema è più o meno il seguente:
1) Prima di tutto si ricercano contrasti politici interni al paese da
destabilizzare su cui far leva per scatenare la guerra civile. In
questo caso gli antichi contrasti fra Rafsanjani e Khamenei – l’uno
sostenitore di Mousawi, l’altro di Ahmadinejad – capitavano a fagiolo.
Ahmadinejad è un leader particolarmente sgradito a una parte del
regime degli ayatollah, avendo spesso denunciato la corruzione dei
suoi esponenti (particolarmente di quelli che fanno capo a Rafsanjani)
guadagnandosi in questo modo un forte sostegno popolare.
2) Si organizza all’interno del paese o nelle sue vicinanze una rete
di istituzioni fittizie (solitamente ONG), finanziate dall’esterno,
che apparentemente perseguono nobili fini democratici, ma che mirano
in realtà a fornire fondi e organizzazione agli elementi politici in
grado di destabilizzare il potere in carica; in questo caso, come era
già avvenuto in Georgia e Ucraina, un ruolo di primo piano è stato
giocato dall’organizzazione nota come NED (National Endowement for
Democracy) guidata dal neoconservatore americano Kenneth Timmerman (ci
torniamo più avanti).
3) Infine, il momento di passare all’azione è quello delle elezioni.
Il candidato sostenuto dalla CIA quasi sempre perde rovinosamente,
visto che il popolo non è del tutto fesso. A questo punto scatta la
denuncia di brogli. Il candidato della CIA dichiara, con qualche ora
di anticipo rispetto alla chiusura dei seggi, di aver vinto le
elezioni, pur sapendo benissimo di star dicendo una baggianata
sesquipedale. E’ un tipico espediente della CIA per screditare in
anticipo il risultato di segno opposto. Una volta compiuta tale
affermazione, il lasso di tempo che intercorre tra la dichiarazione di
vittoria preventiva e l’arrivo delle prime proiezioni dei risultati
verrà visto come un tentativo delle autorità di manipolare il voto. E’
un trucco vecchissimo, ma il popolino (soprattutto se lavorato
ideologicamente a dovere dai propri leader del cuore eterodiretti) ci
casca sempre.
4) Si supporta tutto il caos così creato con una massiccia campagna
propagandistica gestita dai media internazionali. Nella campagna
mediatica i manifestanti che sfasciano vetrine e danno fuoco alle
automobili vengono presentati immancabilmente come “in lotta per la
democrazia”, anche se ciò che in realtà stanno facendo,
consapevolmente o inconsapevolmente, è lavorare per l’asservimento del
proprio paese ad una potenza straniera. Si dà abbondante risalto alle
“vittime della repressione del regime”, a volte vere, a volte
inventate, sempre esagerate e insignite dello status di martiri.
Particolarmente schifosa l’ipocrisia dei media italiani, che
dedicarono chilometri di esorcismi ai “black bloc” del G8 di Genova e
ora inneggiano alle violenze dei manifestanti mascherati di Teheran
come ad eroiche gesta di arcangeli della pace e della giustizia.
Veniamo a Kenneth Timmerman e alla sua NED (National Endowement for
Democracy, cioè Sostegno Nazionale alla Democrazia), creata dai
servizi segreti come intermediario e strumento di copertura per i
fondi destinati alla destabilizzazione di una nazione. Timmerman è uno
che la sa lunga. Come fa notare Daniel McAdams in questo articolo,
egli aveva dichiarato, il giorno prima delle elezioni in Iran: “Gira
voce che ci sarà una rivoluzione verde a Teheran”. Il fatto che
Timmerman sapesse della “rivoluzione verde” prima ancora dello
svolgimento delle elezioni basterebbe da solo a dimostrare il
coinvolgimento americano nei disordini di Teheran. Ma lasciamo che sia
lo stesso Timmerman, con sconcertante sincerità, ad esporre quali
siano i reali obiettivi della sua NED (cito le sue dichiarazioni
tratte dall’articolo di McAdams):
“La National Endowement for Democracy ha speso milioni di dollari
nell’ultimo decennio per promuovere “rivoluzioni colorate” in paesi
come Ucraina e Serbia, addestrando gli operatori della politica
nell’utilizzo di moderne tecniche organizzative e di comunicazione.
Parte di quel denaro sembra essere arrivato [ovviamente andando a
zonzo per conto suo, NdT] nelle mani dei gruppi pro-Mousawi, che hanno
legami con organizzazioni non governative esterne all’Iran che sono a
loro volta finanziate dalla National Endowement for Democracy”.
Come si è arrivati ad attribuire questi fondi alle ONG finanziate
dalla NED? Cito da questo articolo di Paul Craig Roberts su
Counterpunch:
“Il 23 maggio 2007, Brian Ross e Richard Esposito riferirono su ABC
News: “La CIA ha ricevuto una segreta approvazione del presidente a
organizzare una covert operation per destabilizzare il governo
iraniano, secondo quanto hanno dichiarato ad ABC News attuali ed ex
funzionari dei servizi d’intelligence”
Il 27 maggio 2007, il London Telegraph riportava: “Il presidente Bush
ha firmato un documento ufficiale con cui autorizza i progetti della
CIA per una campagna di propaganda e disinformazione tesa a
destabilizzare, ed infine rovesciare, il governo teocratico dei
mullah”.
Pochi giorni prima, il 16 maggio 2007, il Telegraph aveva riportato
che John Bolton, falco neocon dell’amministrazione Bush, aveva
dichiarato allo stesso Telegraph che un attacco militare contro l’Iran
era da considerarsi “una ‘estrema opzione’ nel caso che le sanzioni
economiche e i tentativi di fomentare una rivolta popolare dovessero
fallire”.
Il 29 giugno 2008, Seymour Hersh riferiva sul New Yorker: “Alla fine
dello scorso anno, il Congresso ha approvato la richiesta del
presidente Bush di finanziare una serie di operazioni segrete contro
l’Iran, stando a quanto riferiscono fonti dell’esercito, dei servizi
segreti e del Congresso. Queste operazioni, per le quali il presidente
ha richiesto una copertura fino a 400 milioni di dollari, sono state
definite in una Presidential Finding firmata da Bush e mirano a
destabilizzare la leadership religiosa del paese”.
Questo per fugare i dubbi relativi al coinvolgimento della CIA nei
recenti disordini iraniani, coinvolgimento che alcuni poco illuminati
lettori si ostinano a mettere in discussione. Vorrei, in chiusura,
rispondere a coloro secondo i quali Stati Uniti e Israele starebbero
operando per sostenere non Mousawi, ma Ahmadinejad, in quanto
quest’ultimo, in virtù del suo radicalismo antioccidentale ed
antiisraeliano, sarebbe un comodo pretesto per continuare a
demonizzare l’Iran e giustificare un eventuale intervento militare. A
costoro posso solo dire, se quanto esposto più sopra non dovesse
essere sufficiente, che le cose non funzionano in questo modo. USA e
Israele non hanno alcun interesse a demonizzare l’Iran e a continuare
a frignare sul suo “antisemitismo”, se non come fase preparatoria
all’opera di destabilizzazione vera e propria. Non hanno nemmeno,
secondo me, alcuna reale intenzione di intervenire militarmente,
poiché ciò provocherebbe una dura reazione – non solo iraniana – che
in questo momento nessuna delle due potenze mi sembra in grado di
gestire. Del resto lo stesso Bolton, come si legge più sopra, ha
definito l’intervento militare come “ultima opzione”. Opzione che
potrebbe, al limite, essere facilitata dalla presenza di un governo
amico, così come l’invasione del Libano da parte di Israele nel 2006
fu agevolata dal governo Siniora, che si profuse in chiacchiere e
condanne generiche, ma non mosse un dito, arrivando perfino a
condannare gli uomini di Hezbollah che lottavano eroicamente – e con
successo – per respingere l’invasore. E’ per questo che vengono
finanziate le operazioni di copertura: non per potersi lagnare della
cattiveria dei regimi canaglia, ma più concretamente per avere un
appoggio interno in caso d’intervento militare, oltre che, ovviamente,
per inserirsi da padroni nel sistema economico e produttivo di un
paese (nel caso dell’Iran il petrolio e la posizione geostrategica
sono particolarmente ghiotte). Ahmadinejad è persona assolutamente
controindicata per il ruolo di “colonna interna”, non solo per la sua
imprevedibilità e per il sostegno popolare di cui gode, ma anche per i
suoi trascorsi politici. Qui sopra lo vedete in una foto scattata
dalla CIA negli anni ’70, accanto ad uno degli ostaggi dell’ambasciata
americana che furono tenuti prigionieri per 444 giorni durante la
Rivoluzione.
Ahmadinejad era uno degli studenti che presero parte all’assedio
dell’ambasciata. Decisamente non un quisling affidabile in un progetto
di controllo americano sulla nazione iraniana.
Per tutti questi motivi auspico una pronta e drastica repressione del
tentativo di golpe da parte delle autorità di Teheran, anche se la
titubanza e il grave ritardo nello stroncare le manifestazioni di
protesta, oltre al mancato arresto del traditore e sobillatore
Mousawi, iniziano a preoccuparmi un po’.
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