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Anonymous Wrote:
Un bel post di uno che si occupa di energia e petrolio.
Rivela la nostra malafede.
Quelli che difendono le guerre di Bush, sotto sotto difendono il loro tenore
di vita "non negoziabile".
Pura ipocrisia, egoismo e malafede.
lo stesso della Germania di Hitler, tutta col Fuhrer ai tempi della
conquista dello "spazio vitale".
Cosi' rispondio a chi mi da dell'antioccidentale.
In realta' sono solo uno che accetta la ovvia realta'.
Limpianto interpretativo elaborato da Girard pu aiutare a spiegare, tra le
altre cose, perch le guerre per le risorse e, pi in particolare per il
petrolio, non possono essere chiamate ufficialmente con il loro vero nome
nelle attuali democrazie occidentali.
Uno dei risvolti pi peculiari, e forse pi superficialmente analizzati,
della guerra in Iraq stato infatti lenorme sforzo comunicativo condotto
in prima persona dai leader politici promotori dellintervento e, per
interposta persona, da esperti ed editorialisti, per convincere lopinione
pubblica della colpa e della pericolosit di Saddam e per occultare con
prove artefatte e motivazioni false le ragioni evidenti del conflitto.
Il culmine di questa insistente campagna propagandistica e mistificatoria
venne raggiunto nel febbraio 2003 con il discorso fatto al Consiglio di
Sicurezza dellONU da Colin Powell, la faccia moderata e dunque credibile
dellAmministrazione Bush, che present le prove definitive del possesso
di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam e dei suoi
legami con al-Qaeda1.
Il perch di questa dispendiosa campagna disinformativa e di questa
ostinazione nel negare ci che era sotto gli occhi di tutti, pu essere
trovato nella necessit di celare gli inconfessabili interessi economici del
comitato di affari che stava dietro allamministrazione Bush. Ma la tesi,
oltre che banale, appare alquanto riduttiva.
Certo ci sono grandi lobby economiche ed industriali (non solo statunitensi)
che avevano ed hanno chiari interessi e potere sufficiente per spingere i
governi anglo-americani a promuovere un intervento bellico nel Medio
Oriente.
Ci sono le Major del petrolio che con lintervento militare avevano
lopportunit di sbarazzarsi della concorrenza e di sfruttare i giacimenti
senza correre il rischio di vedersi revocare le concessioni. C
naturalmente il complesso industriale-militare americano che beneficia di un
budget per la Difesa smisurato (pi di 600 miliardi di dollari) e dispone di
un potere di condizionamento proporzionale alla sua forza economica. Vi sono
poi le imprese che ambiscono a ricevere, in via esclusiva, gli appalti e le
commesse per la ricostruzione delle infrastrutture dei paesi bombardati.
Ma indubbio che questi affari, fatti sulla pelle di altre persone e
volti ad arricchire e ad aumentare in modo smisurato il potere di una
ristretta minoranza con i soldi del contribuente e con quelli dei
risparmiatori che sostengono il crescente debito federale americano, possono
essere portati avanti solo se il cittadino medio, il vero finanziatore della
guerra, sia esso americano o meno, rimane tranquillo, non vede troppo
intaccato il suo tenore di vita e le sue aspirazioni di benessere materiale,
continua ad alimentare e ad espandere limmensa macchina dei consumi di cui
anche il principale motore e propulsore.
Questa una condizione indispensabile sia per il funzionamento dellattuale
sistema economico e produttivo che per il mantenimento dellestablishment
politico.
Se infatti il tenore di vita si dovesse troppo deteriorare, se le abitudini
di consumo dovessero dimprovviso modificarsi nel senso di una riduzione e
limitazione, non solo si incepperebbe la macchina produttiva, ma salterebbe
anche lintero apparato politico che verrebbe accusato non tanto (o non
solo) di avere consentito larricchimento di potentati privati attraverso il
danaro pubblico, quanto di non avere saputo garantire uno standard di vita
che la maggioranza dei cittadini occidentali d ormai per acquisito e che
per prima non intende negoziare.
Per mantenere questo tenore e stile di vita c bisogno per di mantenere
inalterati i flussi di energia che lo alimentano sotto forma di combustibili
fossili, garantendosi un accesso privilegiato, se non esclusivo, alle poche
e sempre pi ridotte riserve disponibili a livello mondiale.
E chiaro quindi che c un legame a doppia mandata, che lega
indissolubilmente, che lo si voglia o meno, linteresse del gruppo di potere
con quello del cittadino medio e che la guerra viene fatta, in misura
diversa, sia per conto delluno che per conto dellaltro, con la differenza
che il secondo non ne consapevole o sufficientemente informato.
E allora perch, in un sussulto democratico, non mettere gli
elettori-consumatori di fronte alle proprie responsabilit, alle conseguenze
geopolitiche del proprio stile di vita?
Perch non dire che se si vuole continuare per alcune generazioni con
lattuale livello di consumi e con gli attuali prezzi dellelettricit e dei
combustibili occorre assicurarsi con la forza risorse energetiche sempre pi
scarse?
Perch non spiegare che non ci si pu permettere che le riserve di
idrocarburi medio-orientali finiscano nelle mani di altri paesi o di regimi
ostili pena il rischio di rimanere a secco e di passare rapidamente da una
posizione di dominanza ad una di sudditanza quale il mondo occidentale non
conosce da secoli?
Da dove deriva questo pudore, questa vergogna, questa reticenza a svelare
uno stato di cose da tutti comprensibile e di cui tutti siamo responsabili?
Cosa c realmente da nascondere?
Indubbiamente la politica della trasparenza un esercizio sempre rischioso
a cui i governi delle democrazie occidentali non sono pi abituati.
Con le vere ragioni verrebbero alla luce gli immensi affari dei gruppi di
potere che traggono vantaggio dalla guerra, le commistioni opache tra
politica e grandi imprese private, gli enormi conflitti dinteresse di molti
esponenti di governo. In una distaccata consultazione democratica, si
potrebbe inoltre mettere in discussione lassunto che lintervento armato
sia la migliore strategia, quella che porta pi stabilit, che meglio
garantisce nel tempo il mantenimento di quella disparit di accesso alle
risorse energetiche indispensabile per sostenere il modello di consumo e di
benessere.
Qualcuno potrebbe mettere in guardia dai rischi di una pura politica di
dominio e arrivare anche a domandarsi se un mondo solcato da muri pi o meno
invisibili e da disparit imposte sia un luogo sicuro e piacevole da
viverci, se non esistano alternative praticabili a questo modello, se non
c modo di ridurre i consumi e la dipendenza energetica dai combustibili
fossili.
Ma non solo questo che temono i governi, non sono solo queste le ragioni
per cui non pu essere detta la verit.
Ce n una molto pi profonda, potenzialmente molto pi sconvolgente, che
tocca il substrato ideologico su cui si fondano le democrazie occidentali e
che spiega anche come mai lipocrisia e lomert sulle reali motivazioni
della guerra accomuni tutti i paesi e gli schieramenti politici, ne siano
essi sostenitori od oppositori.
I partiti ed i governi europei dichiaratisi contrari alla guerra in Iraq si
sono infatti ben guardati dal rivelare le ragioni ultime che lhanno
provocata e dallindicare le azioni da intraprendere per evitare il suo
ripetersi.
Essi hanno condannato lintervento bellico come mezzo di risoluzione dei
conflitti, ne hanno criticato lefficacia nellestirpare il terrorismo o nel
promuovere la stabilit e la democrazia, ma non hanno mai avuto il coraggio
di svelarne pubblicamente i retroscena.
Solo per fare un esempio, in Italia, paese che ha manifestato in massa per
la pace, lallora opposizione di centro-sinistra non ha sentito il dovere di
informare lopinione pubblica che le forze militari italiane erano stanziate
a Nassirya per salvaguardare le concessioni petrolifere accordate in
precedenza allENI da parte dellesecrato regime di Saddam2.
Perch questa come altre cose non si possono dire ufficialmente?
Ma perch si manderebbe in frantumi la pi colossale delle illusioni, si
svelerebbe il non detto che cela la contraddizione sempre pi stridente tra
il sistema di valori in cui ci riconosciamo e su cui si fondano le nostre
democrazie ed il sistema economico e di consumo che sta alla base del nostro
benessere materiale.
Viviamo e cresciamo in un contesto comunicativo e culturale che ci sollecita
a consumare senza sosta e che senza sosta genera e diffonde, attraverso gli
organi di informazione, la pubblicit, la profusione e lincessante ricambio
dei beni di consumo, lidea che il nostro stile di vita, il nostro
benessere, sia sostanzialmente indipendente dalle risorse disponibili a
scala globale e non costituisca di per s un condizionamento o una
limitazione al benessere e alla libert di altre popolazioni. Il modello di
sviluppo basato sulla crescita economica continua, che noi stessi
alimentiamo, ci viene presentato come aperto e accessibile a tutti gli
abitanti del pianeta, moralmente neutro, privo di implicazioni geopolitiche,
libero da vincoli di ordine fisico e ambientale.
Le enormi disparit di ricchezza a livello mondiale, lo stato di indigenza e
di asservimento lavorativo di miliardi di persone, la conflittualit
insanabile di determinate aree del pianeta, la depredazione e devastazione
di ambienti e risorse naturali, quando portati allevidenza dei media, non
paiono avere relazione alcuna con il nostro sistema economico, con la nostra
condotta di consumatori, con le nostre azioni e scelte quotidiane, ma
dipendere piuttosto da cause endemiche di svariata natura, di volta in volta
geografiche, politiche, storiche, culturali.
Se, al contrario, viene evidenziato un concorso diretto da parte della
nostra societ, esso viene esclusivamente attribuito a specifici gruppi o
categorie, siano esse le spietate multinazionali o i complici governi
guerrafondai e imperialisti, che possono essere agevolmente accusati di
agire secondo mere logiche di profitto e di potere contrarie ai valori in
cui ci riconosciamo.
In entrambi i casi il responsabile sempre altro, esterno, diverso, noi non
ci percepiamo, n come individui, n come collettivit, implicati in queste
situazioni di violenza e di degradazione sociale e ambientale, in questo
Male che affligge in luoghi distanti lumanit e la Terra, ma anzi siamo i
primi a volerlo risolvere e sanare.
La grande partecipazione emotiva e le spontanee donazioni in occasione di
catastrofi naturali che colpiscono popolazioni povere di aree remote, come
nel caso dello Tsunami indonesiano, le campagne mediatiche a favore della
lotta alla povert e della cancellazione del debito, gli interventi nelle
aree colpite da carestia, sono l a dimostrare il nostro genuino slancio
umanitario, la nostra sincera intenzione di alleviare le sofferenze degli
altri e di diffondere il benessere e la libert, nella misura del possibile,
a tutti gli abitanti del pianeta.
Attraverso queste ripetute espressioni di buona volont, noi ci
riconfortiamo nellidea di rappresentare in qualche modo il Bene, il modello
politico, sociale e morale di riferimento, di essere in fondo i primi
difensori dei diritti umani e i veri detentori dei valori di libert,
uguaglianza e pace cui si dovrebbe ispirare ogni forma di convivenza civile
tra i popoli. In altri termini noi troviamo conferma della sostanziale buona
coscienza della nostra condotta sia come individui, che come societ.
Se dimprovviso i governanti dei paesi occidentali, attraverso i principali
mezzi di informazione, si rivolgessero alla propria opinione pubblica, ai
propri elettori, per dire che lattuale livello di benessere materiale,
lattuale stile di vita e di consumo, reso possibile da una politica
estera di dominio e di rapina delle risorse naturali; se rivelassero che il
suo mantenimento futuro dovr sempre pi basarsi sullesclusione dal
benessere di ampie porzioni della popolazione mondiale, sullimposizione,
mediante la forza economica o militare, di disparit di affluenza e di
consumo; se spiegassero con sincerit che le guerre nel Golfo Persico sono
state fatte e saranno fatte, anche e soprattutto, per garantire adeguate
forniture di combustibili fossili a basso costo a beneficio dellintero
sistema economico-produttivo, compresi i singoli consumatori-elettori; se in
breve dicessero la verit, come si suppone dovrebbe accadere in democrazia,
si svelerebbe di colpo tutta linfondatezza dellideologia della buona
coscienza e verrebbe al contempo alla luce il meccanismo mistificatorio che
lha creata e alimentata.
Ci si ritroverebbe ingannati dai nostri stessi rappresentanti sul piano
profondo e sacro dei valori e delle convinzioni che guidano e giustificano
la nostra condotta quotidiana e che riteniamo alla base delle nostre
organizzazioni sociali.
Ci si scoprirebbe attori colpevolmente inconsapevoli di una dinamica
persecutoria, fin qui abilmente dissimulata ed occultata, nella quale
risultiamo complici dei mali che vorremmo estirpare, delle ingiustizie e
delle miserie che intendiamo risolvere, delle guerre contro cui con forza
protestiamo.
Persino molti di quelli che sono scesi in piazza con le bandiere della pace
scoprirebbero con orrore i propri stendardi imbrattati di sangue.
Una simile scoperta, una simile presa di coscienza collettiva, se si
producesse di colpo, senza transizioni e adeguata preparazione, avrebbe
effetti a dir poco destabilizzanti, sia a livello di biografia individuale
che, soprattutto, di ordinamento politico ed economico.
Essa minerebbe alla base la fiducia nelle istituzioni democratiche e nella
capacit dellattuale sistema economico di garantire il benessere per tutti.
Rischierebbe di paralizzare i consumi e di provocare uno stravolgimento
delle attuali forme di produzione.
Per le classi di governo interessate, per profitto o per potere, al
mantenimento dello status quo e per tutte le altre incapaci di immaginare
alcuna forma di sviluppo alternativa a quella consumistica della crescita
continua, appare quindi vitale proteggere la menzogna della buona coscienza,
evitando con cura che le implicazioni geopolitiche del modello economico di
cui sono espressione possano divenire di dominio pubblico.
Le moderne democrazie occidentali, a differenza di quanto accadeva nel
periodo coloniale quando non si percepiva alcun bisogno di dissimulare o
giustificare le politiche di conquista e di imperialismo, sembrano di fatto
condannate, per la loro stessa storia e natura, allipocrisia e a rinnegare
continuamente i principi di trasparenza di governo e di universalit dei
diritti cui professano di ispirarsi.
Laspetto realmente vizioso e antidemocratico di questo stato di cose, che
la stessa ideologia della buona coscienza, espressa nella retorica della
difesa dei diritti umani, dellesportazione dello sviluppo e della libert,
venga sfruttata strumentalmente, insieme ad una oculata disinformatija, per
nascondere ed occultare agli occhi dellopinione pubblica il lato oscuro,
inconfessabile e violento delle proprie contraddizioni.
Come tutte le ideologie ben radicate, lideologia della buona coscienza
infatti implicita e conservativa.
Essa agisce sottotraccia come filtro interpretativo della realt, seleziona
e organizza il flusso informativo esterno, impone con forza oggettiva
letture e giudizi di valore scartandone a priori altri, tende continuamente
ad autoconvalidarsi escludendo o rigettando tutto quanto potrebbe metterla
in discussione.
Attraverso questo filtro potente e sotterraneo, noi cittadini delle
democrazie occidentali costruiamo la nostra identit come soggetti morali in
rapporto al mondo che ci circonda, agli altri popoli, alle altre nazioni,
allambiente naturale, diamo un senso e una giustificazione alle nostre
azioni come singoli e come societ e allo stesso tempo valutiamo e
giudichiamo quelle degli altri.
Proprio perch posta a fondamento della nostra identit, dellimmagine che
abbiamo di noi stessi, lideologia della buona coscienza molto rigida,
estremamente refrattaria alle evidenze contrarie.
Noi non possiamo e non riusciamo a immaginarci nelle vesti, seppure
indirette, di persecutori, non possiamo pensare che in nome e per conto
nostro vengano uccisi civili inermi, vengano imposte sofferenze e miseria a
milioni di persone con il solo scopo di mantenere uno stato di disparit e
un sistema di potere funzionale al nostro benessere e ai profitti di
unesigua minoranza; rifiutiamo ostinatamente di crederci, cercheremo
smentite o giustificazioni di comodo, perch se tutto questo fosse vero
entreremmo in crisi, saremmo costretti a rivedere i presupposti morali che
hanno guidato e regolato la nostra vita, a riconsiderare il senso e il peso
delle nostre azioni, la validit dei valori di cui ci riteniamo portatori.
Si innesca un meccanismo automatico e inconscio di rimozione e censura,
quello stesso che ci impedisce di ammettere e riconoscere i nostri cattivi
pensieri, le nostre pulsioni violente e omicide.
Esso agisce come una barriera che si dimostra tanto pi impenetrabile ed
opaca tanto pi i riscontri della realt sembrano porsi agli antipodi di
quanto ci immaginiamo che debba essere.
Ebbene la politica inconfessata del dominio sfrutta proprio questa barriera,
questa zona dombra, ad un tempo cognitiva e psicologica, per nascondersi e
dissimularsi.
Fin tanto che non si rende necessario un palese intervento diretto, come
unazione bellica, la politica del dominio pu essere celata agli occhi
dellopinione pubblica sfruttando semplicemente lo scarto informativo e di
percezione esistente tra il contesto locale in cui operiamo le nostre scelte
di consumatori e di elettori e il contesto globale in cui si esplicano gli
effetti, diretti ed indiretti, di queste scelte.
E sufficiente fare in modo che tali effetti non vengano documentati dai
principali organi di informazione per renderli di fatto invisibili, compito
peraltro facilitato dalla loro natura continuativa e cumulativa che li
esclude in partenza dal novero delle notizie o degli avvenimenti rapidi
usualmente proposti dai telegiornali.
Ma quando lomissione non pi possibile, quando le distanze si accorciano
e come collettivit ci ritroviamo direttamente coinvolti in eventi che
sembrano smascherare la nostra politica di dominio, mettere in dubbio la
sacra integrit della nostra buona coscienza, ecco che la stessa buona
coscienza viene utilizzata per occultare levidenza, per giustificare azioni
altrimenti inammissibili, in aperto contrasto con limmagine che abbiamo di
noi stessi.
Con una manipolazione di stampo orwelliano, tramite i media e le
dichiarazioni ufficiali viene operato un ribaltamento simmetrico dei ruoli e
delle responsabilit, tipico dei contesti di persecuzione, per cui la
vittima viene presentata come persecutore e il persecutore come vittima,
fornendo una giustificazione morale del ricorso alla forza e alla violenza.
Una guerra di aggressione pu cos diventare una missione per promuovere la
libert e per garantire la pace, il bombardamento sistematico di ponti e
infrastrutture civili un inevitabile prezzo da pagare per ristabilire la
speranza, luccisione di persone inermi con missili o bombe a
frammentazione, uno spiacevole danno collaterale nel lodevole intento di
promuovere la democrazia.
Viceversa la difesa del proprio territorio con i metodi obbligati della
guerriglia da parte di chi stato invaso diventa aggressione, sempre e
comunque atto vigliacco e riprovevole di terrorismo.
Ci che garantisce la tenuta del ribaltamento, limpermeabilit allevidenza
contraria, proprio la buona coscienza che ci impedisce di pensare che le
cose siano lopposto di quanto ci dicono, di immaginarci come persecutori.
La novit introdotta nella guerra in Iraq dai neocon americani (insieme al
fido alleato inglese) stata luso sfrontato e spudorato che si fatto di
questo meccanismo per occultare fatti di inaudita gravit le cui vere
responsabilit apparivano di oscena evidenza.
Quando Donald Rumsfield esortava i suoi collaboratori a pensare e proporre
limpensabile, non intendeva ci che non pu essere pensato, poich
logicamente impossibile, ma ci che non deve essere pensato, che il normale
codice di condotta, la normale coscienza ci impedisce di prefigurare come
possibile in quanto moralmente inaccettabile ed in contrasto con i valori
basilari in cui crediamo.
Ora le nostre prospettive future come societ, la possibilit di evitare
ulteriori conflitti, dipenderanno in gran parte dalla nostra capacit di
pensare limpensabile, ma non nel senso immaginato da Rumsfield.
Se vorremo rispondere alle sfide enormi che ci vengono dalla povert, dalla
sovrapopolazione, dallesaurimento dei combustibili fossili, dal cambiamento
climatico, dalla scarsit delle risorse avremo bisogno di guardare in faccia
alle contraddizioni che si celano sotto la nostra falsa buona coscienza per
disinnescarne il meccanismo mistificatorio ed imparare a ricondurre a noi
stessi, e non a capri espiatori di comodo, le cause dei mali che ci
circondano e che ci minacciano direttamente.
E un processo rischioso, potenzialmente destabilizzante, ma lunico che pu
fornirci qualche via duscita per provare a convivere, come una unica
comunit di destino, su questo pianeta.
Saluti
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Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
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